Corporate Governance e gestione del rischio sistemico: l’impatto delle crisi geopolitiche sulle decisioni societarie
- 11 mag
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Negli ultimi anni, e soprattutto negli ultimi mesi, la geopolitica è tornata ad esercitare un’influenza decisiva sulle dinamiche globali, incidendo notevolmente sulle strategie e sulla stabilità delle imprese. Nel quadro attuale, la crescente frammentazione dell’ordine internazionale, alimentata da conflitti e tensioni sulla gestione delle risorse energetiche, ha creato uno scenario operativo caratterizzato da incertezza e volatilità. Non meno importante è inoltre ricordare che alcune imprese stanno ancora affrontando le difficoltà dovute agli effetti della pandemia di Covid-19. Anche se l’emergenza sanitaria è fortunatamente giunta al termine, le ripercussioni causate dalla pandemia sono ancora un tema estremamente attuale, e ciò va sommato all’aumento dei costi e all’incertezza economica causati dalle tensioni globali.
Il caso mediorientale ha portato l’Europa ad impegnarsi nell’affrontare le complesse crisi, compresi i recenti sviluppi in Iran. Siamo oggi chiamati ad intervenire su più fronti, dall’evacuazione dei cittadini all’erogazione degli aiuti umanitari, fino all’impegno diplomatico, per allentare le tensioni e prevenire ulteriori conflitti. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa, nonché l’Alta rappresentante/vicepresidente Kaja Kallas, hanno ribadito l’impegno dell’UE a favore della stabilità regionale. Si sollecitano l’allentamento immediato delle tensioni, la massima moderazione, la protezione della popolazione e il pieno rispetto della Carta delle Nazioni Unite.
L’UE ha predisposto due operazioni navali per mettere in sicurezza le rotte marittime dell'Oceano Indiano e del Mar Rosso. Tuttavia, l’Europa rimane esposta a volatilità a livello globale. Per questo motivo, la Commissione europea propone misure temporanee e mirate a fornire un sollievo immediato, sollecitando nel contempo riforme strutturali nelle componenti essenziali del sistema di fissazione dei prezzi dell’energia elettrica. Fra le misure proposte figurano l’ampliamento degli aiuti di Stato, una maggiore efficienza della rete, una riduzione delle imposte sull’elettricità rispetto ai combustibili fossili e la modernizzazione del sistema per lo scambio delle quote di emissione (ETS). Le conseguenze delle tensioni in Medio Oriente costituiscono un esempio paradigmatico: negli ultimi mesi, l’aumento delle materie prime energetiche, come il petrolio cresciuto fino al +44% e il gas europeo fino al +63%, ha determinato un significativo incremento dei costi operativi per le imprese. In questo contesto si inseriscono anche numerose tensioni logistiche, come l’aumento dei costi di trasporto marittimo e l’allungamento dei tempi di approvvigionamento.
In tale scenario, gli organi amministrativi sono chiamati a rafforzare i sistemi di gestione del rischio, integrando strumenti di analisi predittiva e scenari alternativi. Le previsioni economiche ipotizzano crescite ridotte, nulle o, nei casi più severi, persino negative. Ciò implica quindi una revisione delle strategie aziendali, orientate maggiormente verso la resilienza, l’adozione di politiche finanziarie sicuramente più prudenti e la rinegoziazione di alcuni contratti.
Pare necessario dover inoltre evidenziare anche le diverse questioni in tema di responsabilità degli amministratori. Essi sono tenuti ad adempiere ai propri doveri fiduciari secondo standard di diligenza e correttezza, che chiaramente includono la valutazione dei rischi idonei a incidere in modo significativo sulla continuità aziendale. Ed è quindi chiaro che l’incapacità di prevedere o gestire adeguatamente i rischi possa configurare violazione di certi obblighi, soprattutto nel caso in cui le informazioni disponibili rendano certe dinamiche ragionevolmente prevedibili. La corretta analisi e previsione del rischio sono quindi un elemento essenziale per la sopravvivenza dell’impresa, questo diventa però estremamente complesso in uno scenario caratterizzato da dinamiche geopolitiche sempre più instabili. Parallelamente, emerge l’importanza della disclosure verso il mercato: le società quotate, in particolare, devono garantire un’informazione trasparente e tempestiva circa l’impatto delle crisi geopolitiche sulla propria situazione economico-finanziaria. Aumentando l’incertezza, e quindi la necessità di informare il mercato in modo più chiaro e tempestivo, le imprese si trovano più frequentemente a comunicare rischi, aumenti dei costi, problemi con le forniture e dettagliate prospettive future.
In modo sempre più evidente è chiara la crescente interconnessione tra diritto societario e dinamiche macroeconomiche globali. Il ruolo della corporate governance è centrale nella gestione del rischio sistematico e impone agli organi societari di adottare strategie adeguate per fronteggiare scenari caratterizzati da incertezza e instabilità dei mercati. Le crisi geopolitiche rappresentano, in questo senso, un fattore esogeno capace di influenzare significativamente i costi di produzione, le catene di approvvigionamento e le prospettive di crescita delle imprese.
Il valore dello stretto di Hormuz
Lo stretto di Hormuz è sicuramente uno dei punti più critici e chiacchierati a livello globale, in quanto rappresenta uno dei principali chokepoint a livello mondiale. Si tratta di un’area attraverso la quale transitano significative quote di petrolio e gas naturale liquefatto, rendendola di cruciale importanza per la sicurezza energetica globale.
Ad oggi, le continue tensioni tra Iran, Stati Uniti e altri attori regionali espongono questo stretto a rischi di blocco e gravi limitazioni del traffico marittimo. Dall’inizio della guerra con Israele e gli Stati Uniti, l’Iran sta utilizzando lo stretto di Hormuz come uno strumento di forza. Dal 4 marzo questo snodo marittimo strategico ha visto crollare del 90% il transito di navi.
L’incertezza sulla sua piena operatività rappresenta una rilevante fonte di instabilità, con ripercussioni sui prezzi dell’energia, sulle catene di approvvigionamento e sulla stabilità dei mercati finanziari. Per le imprese, tali dinamiche si traducono in un aumento dei costi operativi, difficoltà logistiche e maggiore complessità nella pianificazione strategica.
La crisi del cherosene
Una delle conseguenze più rilevanti riguarda la crisi del cherosene e la conseguente carenza di carburante. Vi è un vero e proprio appello proveniente da diversi aeroporti dei paesi della comunità europea per richiedere misure temporanee volte a fronteggiare le potenziali carenze di carburante e l’aumento dei costi. L’associazione A4E, che rappresenta compagnie come Lufthansa, Air France-KLM e IAG (British Airways e Iberia, oltre alle low cost easyJet e Ryanair), ha inoltre chiesto all’UE di consentire l’importazione e l’utilizzo del carburante Jet A, utilizzato prevalentemente negli Stati Uniti, ma non ammesso in Europa per il suo maggiore impatto ambientale. Le compagnie aeree richiedono anche interventi diretti sul jet fuel, considerato che attualmente non esistono obblighi né garanzie di disponibilità di carburante per aerei, né meccanismi di acquisto collettivo a livello europeo.
La forte pressione su questo mercato ha comportato una riduzione di circa 2 milioni di posti a livello globale tra metà e fine aprile. Tra le compagnie coinvolte figurano grandi operatori internazionali e del Golfo, come Emirates, Etihad e Qatar Airways, oltre a vettori globali quali British Airways, United Airlines, Air China, ANA, Lufthansa, Turkish Airlines e Delta Air Lines. Diverse compagnie stanno inoltre cancellando voli o sostituendo aeromobili con modelli più piccoli ed efficienti dal punto di vista dei consumi.
La mancanza di combustibile è generalmente equiparata a una causa di forza maggiore e, pertanto, non dà diritto al risarcimento del danno, ma esclusivamente al rimborso del biglietto. Tale qualificazione deriva dalla natura eccezionale e imprevedibile dell’evento, indipendente dalla volontà della compagnia aerea, analogamente a eventi naturali straordinari. Tuttavia, vi sono casi in cui può spettare al passeggero anche un risarcimento, ad esempio in presenza di mancato preavviso o qualora la carenza di carburante sia imputabile a una gestione inefficiente da parte della compagnia.
Il quadro attuale appare quindi caratterizzato da elevata incertezza: qualora l’Europa dovesse andare incontro a un aumento delle cancellazioni durante la stagione estiva, è prevedibile un incremento significativo del contenzioso tra vettori e passeggeri. Le grandi compagnie stanno pertanto cercando di ridimensionare i collegamenti a breve raggio, eliminando le rotte meno redditizie a causa dell’aumento dei costi del carburante. I primi tagli sono già operativi, ma resta da comprendere se tali misure saranno sufficienti a superare la crisi o se sarà necessario adottare interventi più incisivi. Ne deriva l’esigenza per le imprese di adottare modelli di governance sempre più orientati alla gestione proattiva del rischio, in un’ottica di resilienza e adattamento a scenari globali in continua evoluzione.
La crisi che ha investito le imprese e l'economia in Italia
La guerra in Medio Oriente, e soprattutto l’incertezza su quanto potrebbe prolungarsi, preoccupa sempre di più il mondo delle imprese. Confartigianato parla di “incertezza” che “mette sotto pressione la ripresa economica" andando a colpire particolarmente l'export. La Cgia di Mestre calcola che l'attacco di Israele e Stati Uniti all'Iran rischia, per l'impatto sulle bollette dell'energia, di costare alle imprese italiane quasi 10 miliardi in più nel 2026: 7,2 miliardi di rincari sull'elettricità e 2,6 miliardi sul gas, il 13,5% in più sullo scorso anno.
I settori che più ne soffrirebbero sono la metallurgia, il commercio, l'alimentare, gli alberghi, i trasporti e logistica e la chimica per l'elettricità, ma anche l'estrattivo, la lavorazione alimentare, il tessile e la cantieristica navale per il gas. L’analisi di Confartigianato guarda invece a quanto valgono le esportazioni dei prodotti made in Italy in uscita verso i Paesi del Medio Oriente: 27,8 miliardi di euro di export manifatturiero italiano, circa il 4,6% del suo valore totale.
A marzo 2026, con un aumento del 41,6% sul mese precedente, i prezzi internazionali delle commodity energetiche registrano il secondo incremento mensile più elevato degli ultimi cinquant’anni. Le tensioni si sono immediatamente riflesse sui costi dell’energia: a marzo 2026 il prezzo del gas ha registrato un aumento del 48,5% rispetto a febbraio, mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità cresce del 25,3%. Sul fronte dei carburanti, in Italia il prezzo del gasolio supera del 16,9% la media di febbraio.
Un altro nodo critico riguarda la sicurezza degli approvvigionamenti. La guerra ha determinato danni alle infrastrutture energetiche in Qatar, Arabia Saudita e Iran, richiedendo tempi lunghi per il ripristino. Nel 2025 l’Italia importa 7,7 miliardi di euro di beni energetici dai paesi del Golfo, pari al 13,6% dell’import totale di petrolio e gas naturale. Il Qatar è il secondo paese fornitore dell’Italia di GNL dietro agli Stati Uniti, determinando l’11% delle importazioni italiane di gas. Un recente studio pubblicato dal Fondo monetario evidenzia che l’Italia e il Regno Unito sono particolarmente esposti alla crisi a causa della loro dipendenza dall’energia prodotta da centrali a gas. Sui razionamenti del carburante per aerei di questi giorni pesa un'elevata dipendenza dall’area del Golfo: le importazioni di jet fuel dell’Unione Europea da paesi del Golfo ammontano a 6,7 miliardi di euro, oltre un terzo (35,0%) dell’import totale.
Un altro fattore da tenere in considerazione nell’analisi dell’impatto economico che la guerra ha determinato per le imprese del nostro paese riguarda il settore del made in Italy. Infatti, il conflitto in corso mette a rischio le vendite del made in Italy nell’area. L’Italia è il secondo esportatore dell’Unione europea nei paesi del Medio Oriente, con vendite per 28,3 miliardi di euro, dietro alla Germania con 36,2 miliardi e davanti alla Francia con 22,1 miliardi e Paesi Bassi con 19,5 miliardi. Nel 2025 il mercato mediorientale è cresciuto del 7,2% a fronte del +3,3% del totale export. Le esportazioni nell’area presentano una forte concentrazione in primari distretti manifatturieri della meccanica, della moda e della gioielleria: le prime dieci province per export in Medio Oriente sono Milano, Firenze, Arezzo, Bergamo, Vicenza, Roma, Varese, Bologna, Torino e Modena.
Descritti i principali settori colpiti dalla crisi è possibile ora analizzare le possibili soluzioni che un'impresa può mettere in campo in un contesto di crisi.
Un’impresa colpita dalla crisi causata dall’attuale conflitto in Medio Oriente può adottare infatti diverse strategie per uscire dalla fase critica o, almeno, per mitigare gli effetti negativi. In primo luogo, è fondamentale intervenire sulla gestione dei costi: ridurre le spese non essenziali, rinegoziare i contratti con fornitori e partner commerciali e ottimizzare i processi produttivi consente di preservare la liquidità, che rappresenta un elemento vitale nei momenti di difficoltà. Una gestione attenta del cash flow permette infatti all’azienda di continuare a operare anche in condizioni di forte incertezza. Parallelamente, l’impresa dovrebbe puntare alla diversificazione, sia per quanto riguarda i mercati di approvvigionamento sia per quelli di vendita. Ridurre la dipendenza da aree geografiche instabili o da pochi fornitori può diminuire significativamente i rischi legati a interruzioni delle forniture o aumenti improvvisi dei costi. In questo senso, esplorare nuovi mercati e rafforzare la presenza in contesti più stabili può rappresentare una valida opportunità di rilancio.
Un altro aspetto fondamentale è il rafforzamento della resilienza della supply chain. L’azienda può, ad esempio, creare scorte strategiche di materie prime, sviluppare relazioni con fornitori alternativi e migliorare la pianificazione logistica. Questo approccio consente di affrontare meglio eventuali blocchi o rallentamenti nei trasporti, che sono spesso conseguenze dirette di conflitti internazionali. L’innovazione rappresenta inoltre una leva strategica importante. Investire in tecnologie digitali, automazione e nuovi modelli di business può aumentare l’efficienza e la capacità di adattamento dell’impresa. Ad esempio, la digitalizzazione dei processi o lo sviluppo dell’e-commerce possono aprire nuovi canali di vendita e ridurre i costi operativi.
Dal punto di vista finanziario, è possibile ricorrere a strumenti di sostegno come prestiti agevolati, incentivi pubblici o rinegoziazioni del debito con gli istituti di credito. Molti governi e istituzioni, infatti, mettono a disposizione misure straordinarie per supportare le imprese in difficoltà. Accedere a queste risorse può fornire un supporto concreto nel breve periodo.
Infine, è essenziale adottare una pianificazione strategica flessibile e orientata al futuro. L’impresa dovrebbe monitorare costantemente l’evoluzione del contesto geopolitico ed economico, elaborando diversi scenari possibili e predisponendo piani di risposta adeguati. Una comunicazione trasparente con dipendenti, clienti e stakeholder contribuisce inoltre a mantenere la fiducia e la stabilità interna. In questo modo, anche in un contesto complesso e incerto, l’azienda può non solo limitare i danni, ma anche individuare nuove opportunità di crescita e sviluppo nel medio-lungo periodo.
Ruolo degli amministratori
All’interno delle imprese gli amministratori sono i soggetti attivi che in contesti di questo genere hanno la possibilità di intervento più tempestivo. Essi svolgono un ruolo centrale nella gestione e nel superamento di una crisi d’impresa, soprattutto quando questa è determinata da fattori esogeni gravi come conflitti armati o guerre, che incidono profondamente sull’economia e sui mercati. In tali contesti, la loro funzione non si limita alla gestione ordinaria, ma richiede capacità straordinarie di analisi, tempestività decisionale e responsabilità strategica.
In primo luogo, gli amministratori devono monitorare costantemente l’evoluzione dello scenario macroeconomico e geopolitico, valutando l’impatto diretto e indiretto sulla continuità aziendale. Ciò implica l’adozione di sistemi di controllo e di pianificazione finanziaria più stringenti, al fine di individuare tempestivamente segnali di squilibrio patrimoniale o di crisi di liquidità.
Un altro compito fondamentale è la predisposizione e l’attuazione di piani di gestione della crisi, che possono includere la riorganizzazione delle attività, la riduzione dei costi, la diversificazione, nonché il ricorso a strumenti di finanza straordinaria. In questo senso, gli amministratori devono dimostrare flessibilità e capacità di adattamento, rivedendo modelli di business e strategie operative alla luce delle mutate condizioni. Sul piano giuridico, essi sono tenuti ad agire nel rispetto dei doveri di diligenza, correttezza e trasparenza, tutelando gli interessi della società e dei creditori. In presenza di una crisi conclamata, devono attivarsi senza indugio per adottare gli strumenti previsti dall’ordinamento (come procedure di ristrutturazione o composizione negoziata), evitando l’aggravamento del dissesto.
Infine, è cruciale il ruolo comunicativo: gli amministratori devono mantenere un dialogo chiaro e continuo con stakeholder interni ed esterni, inclusi dipendenti, fornitori, istituti finanziari e investitori, al fine di preservare la fiducia e facilitare il superamento della crisi.
Copertura del rischio
La gestione del rischio di crisi d’impresa rappresenta una delle principali sfide per le organizzazioni moderne, soprattutto in un contesto globale caratterizzato da elevata instabilità geopolitica. Eventi come guerre e conflitti armati possono generare shock improvvisi e profondi sui mercati, interrompendo catene di approvvigionamento, aumentando i costi delle materie prime e riducendo la domanda. Per questo motivo, le imprese devono adottare un approccio preventivo, dotandosi di strumenti e tecniche idonei a rafforzare la propria resilienza e a ridurre la vulnerabilità a tali eventi.
Un primo elemento fondamentale è rappresentato dalla pianificazione strategica e dalla gestione integrata dei rischi (Enterprise Risk Management – ERM). Attraverso questo approccio, l’impresa è in grado di identificare, valutare e monitorare i rischi potenziali, inclusi quelli di natura geopolitica. L’analisi di scenario e lo stress testing consentono di simulare gli effetti di eventi estremi, come un conflitto internazionale, e di predisporre risposte adeguate. In questo modo, l’impresa può anticipare possibili criticità e sviluppare piani di emergenza efficaci.
Un altro strumento cruciale è la diversificazione, sia sul piano dei mercati che delle fonti di approvvigionamento. Le imprese eccessivamente dipendenti da un singolo Paese o da una specifica area geografica risultano particolarmente esposte ai rischi derivanti da guerre o tensioni politiche. Come abbiamo visto, diversificare i fornitori e ampliare i mercati di sbocco consente di ridurre il rischio di interruzioni improvvise e di mantenere una maggiore stabilità operativa. In parallelo, è opportuno sviluppare relazioni solide con partner alternativi, così da poter attivare rapidamente soluzioni sostitutive in caso di necessità.
La solidità finanziaria rappresenta un ulteriore pilastro nella prevenzione della crisi. Le imprese dovrebbero mantenere adeguati livelli di liquidità e accesso al credito, costruendo riserve finanziarie che possano essere utilizzate in situazioni di emergenza. Strumenti come linee di credito standby, assicurazioni sui rischi commerciali e coperture contro le fluttuazioni dei prezzi (hedging) possono contribuire a mitigare l’impatto economico di eventi bellici. Inoltre, una struttura finanziaria equilibrata, con un adeguato rapporto tra debito e capitale proprio, aumenta la capacità dell’impresa di resistere a shock improvvisi. Sul piano organizzativo, è essenziale dotarsi di sistemi di controllo interno e di indicatori di allerta precoce (early warning systems). Questi strumenti permettono di rilevare tempestivamente segnali di deterioramento della situazione economico-finanziaria, consentendo agli amministratori di intervenire prima che la crisi diventi irreversibile. In tale ambito, la normativa italiana sulla crisi d’impresa sottolinea l’importanza di assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati alla natura e alle dimensioni dell’impresa. Un ruolo importante è svolto anche dalla digitalizzazione e dall’innovazione tecnologica. L’adozione di sistemi informativi avanzati consente una maggiore visibilità sui processi aziendali e sulla supply chain, facilitando la gestione delle interruzioni e la riorganizzazione delle attività. Tecnologie come l’intelligenza artificiale e l’analisi dei dati possono supportare la previsione dei rischi e migliorare la capacità decisionale.
Inoltre, le imprese possono proteggersi attraverso la stipula di contratti flessibili e clausole di salvaguardia, come le clausole di forza maggiore o di hardship, che permettono di rinegoziare le condizioni contrattuali in presenza di eventi straordinari. Questi strumenti giuridici risultano particolarmente utili in contesti di guerra, dove le condizioni operative possono cambiare drasticamente in tempi brevi.
Prospettive future
Le prospettive future del conflitto in Medio Oriente restano altamente incerte e dipendono da una combinazione di fattori politici, militari ed economici. Da un lato, esiste il rischio concreto di un’escalation regionale, con il coinvolgimento diretto o indiretto di altri attori statali e gruppi armati. Questo scenario potrebbe aggravare l’instabilità dell’area, rendendo più difficili eventuali negoziati diplomatici. Dall’altro lato, la pressione della comunità internazionale e gli interessi economici globali potrebbero favorire tentativi di de-escalation e accordi temporanei, anche se spesso fragili.
Dal punto di vista economico, le conseguenze per le imprese sono già evidenti e potrebbero intensificarsi. Inoltre, l’incertezza geopolitica tende a ridurre gli investimenti e a rendere più instabili i mercati finanziari. Le imprese esportatrici possono risentire di una diminuzione della domanda o di difficoltà nelle catene di approvvigionamento. Allo stesso tempo, alcune aziende potrebbero trovare opportunità, ad esempio nel settore della difesa, della sicurezza o nelle energie alternative, spinte dalla necessità di ridurre la dipendenza da aree instabili.
Conclusione
A livello nazionale, molti governi entrano in questa crisi con livelli di debito elevati e margini fiscali molto limitati. La crisi si verifica inoltre in un momento in cui l’assistenza pubblica allo sviluppo è sotto pressione e il contesto commerciale globale è diventato più incerto e frammentato. Ciò rende più difficile per i governi fornire la protezione sociale e il sostegno economico di cui le famiglie hanno bisogno, aumentando il rischio che la crisi generi danni più ampi e duraturi. Sebbene lo spazio di manovra sia limitato in molti paesi, esistono comunque misure che possono contribuire a ridurre la pressione su lavoratori e imprese. Tra queste vi sono il sostegno temporaneo al reddito per le famiglie colpite, misure di supporto ai salari e all’occupazione ove possibile, la protezione dei sistemi fondamentali di protezione sociale e l’assistenza pratica alle piccole imprese che affrontano interruzioni improvvise. Prestare attenzione tempestiva a questi rischi è fondamentale, perché una volta persi posti di lavoro, redditi e capacità produttiva, la ripresa diventa più difficile e disomogenea. Questa non è solo una questione economica, ma anche sociale e politica. Quando la guerra distrugge posti di lavoro, redditi e imprese sostenibili, indebolisce anche il senso di sicurezza che il lavoro può offrire. E laddove il lavoro dignitoso è scarso, le tensioni sociali possono aumentare, rendendo più difficile ristabilire fiducia, stabilità e, in ultima analisi, la pace.
Per questo motivo, un approccio attendista sarebbe rischioso. Quando i dati diventano sufficientemente evidenti da eliminare ogni dubbio, gli shock temporanei potrebbero essersi già trasformati in problemi duraturi. Ciò che potrebbe servire è un’attenta osservazione dell’evoluzione di questi rischi e un’azione tempestiva per proteggere posti di lavoro, redditi e condizioni di lavoro prima che i danni si aggravino e diventino più difficili da rimuovere. Gli effetti più duraturi di questa crisi potrebbero non manifestarsi solo nelle infrastrutture distrutte o nella produzione persa, ma in mercati del lavoro che emergono più deboli, più diseguali e più insicuri molto tempo dopo che l’attenzione mediatica si sarà spostata su altri temi.

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