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Tassazione Sempre più Elevate per le Aziende

  • R. Nannotti
  • 1 dic 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

TASSAZIONE E CONSEGUENZA NELLE AZIENDE

Negli ultimi anni, nei Paesi OECD si è assistito a una progressiva riduzione della tassazione sui redditi d’impresa. Le aliquote medie sono diminuite del 33% nel 2000 e del 4,2% nel 2025. Tra i paesi con tassazione più elevata troviamo la Francia (36,1%), seguita da Colombia, Germania e Australia. Questi paesi rischiano costantemente una fuga di capitali o la delocalizzazione delle imprese, mentre realtà come Svizzera (19,6%), Irlanda e Ungheria vengono spesso accusate di concorrenza fiscale sleale. Nel 2021 sono stati firmati accordi internazionali che hanno fissato un’aliquota minima globale del 15% per le società. L’obiettivo è duplice: evitare un aumento delle disuguaglianze fiscali e impedire il trasferimento artificiale degli utili verso territori a bassa imposizione. Questa norma è stata poi recepita con leggi di conversione interne, diventando parte integrante degli ordinamenti nazionali. La sfida per i paesi OECD sarà trovare un equilibrio tra competitività economica ed equità fiscale. I sostenitori delle aliquote basse affermano che esse attraggono investimenti e stimolano la crescita. I critici, invece, temono che riducano le entrate pubbliche necessarie per finanziare welfare e servizi, accrescendo la disuguaglianza. Negli Stati Uniti dove l’aliquota media è del 25,6% il recente incremento dei licenziamenti, nonostante la crescita delle vendite di molte imprese, sembra paradossale. È probabile che le aziende stiano anticipando una recessione percepita come imminente.

 

INCERTEZZA TARIFFARIA E INFLAZIONE

L’incertezza tariffaria e l’inflazione stanno influenzando profondamente la vita economica di milioni di cittadini e imprese. Target, ad esempio, ha annunciato il taglio di 1.800 posizioni, circa l’8% della forza lavoro aziendale: il più grande ciclo di licenziamenti dell’ultimo decennio. L’azienda, che ha subito boicottaggi conservatori nel 2024 per la scelta di introdurre abbigliamento LGBT per bambini, affronta oggi un contesto difficile segnato da margini ridotti, costi elevati e inflazione persistente.

Ma Target non è un caso isolato.

- Nestlé prevede 16.000 licenziamenti nei prossimi due anni.

- UPS ha licenziato 12.000 lavoratori nel 2024 e chiuso 73 siti, dopo un forte calo delle spedizioni globali e la perdita del 50% dei volumi provenienti da Amazon.

- Rivian ha ridotto di 600 unità il personale, colpita dal calo dell’interesse per i veicoli elettrici.

- Nike ha tagliato 2.000 ruoli amministrativi e registrato perdite del 9,8%, in gran parte dovute ai dazi sulle importazioni dalla Cina, che coprono il 24% della sua produzione.

- Starbucks, Applied Materials, Morgan Stanley, Charter, GM e Amazon hanno seguito la stessa strada, con migliaia di tagli.

 

Questi dati segnalano una fase di assestamento che potrebbe estendersi oltre il prossimo anno. Nonostante il rallentamento dell’inflazione sotto l’amministrazione Biden, i prezzi dei beni essenziali restano alti. Senza un evento deflazionistico o un forte incremento della produzione, i costi difficilmente caleranno. I tassi di interesse elevati non hanno frenato la domanda, e gli americani continuano a spendere e indebitarsi. Le aziende, prevedendo tempi difficili, cercano di proteggersi riducendo i costi e i costi, oggi, significano soprattutto posti di lavoro.

AMAZON E L’IA

Un altro fattore che spiega i licenziamenti è l’avvento dell’intelligenza artificiale. Amazon ha eliminato 14.000 posti di lavoro, una misura volta sia a compensare le assunzioni eccessive del periodo pandemico, sia a semplificare le operazioni grazie all’automazione e ai chatbot. Oggi il colosso conta circa 1,5 milioni di dipendenti, ma sta entrando in una fase di ristrutturazione profonda quella che molti definiscono “AI Era Restructuring”. Se confermato, sarebbe il più ampio ciclo di licenziamenti nella storia recente di Amazon, dopo i 27.000 tagli del 2022.

 

L’IMPATTO DELL’IA SUL MERCATO DEL LAVORO

Ogni rivoluzione tecnologica riaccende la stessa domanda: le macchine ci libereranno o ci sostituiranno? L’Intelligenza Artificiale ripropone il paradosso di sempre: l’innovazione anticipa i costi ma ritarda i benefici. Come nella prima rivoluzione industriale, assistiamo prima alla distruzione dei ruoli esistenti, poi alla lenta creazione di nuovi settori. Marx aveva previsto che le macchine avrebbero portato al collasso del capitalismo sostituendo il lavoro umano; la storia ha però dimostrato il contrario. Capitale e lavoro non sono rivali, ma complementari. Più automazione non significa meno occupazione, ma occupazione diversa. Il rischio attuale non è la disoccupazione di massa, bensì quella selettiva: colpisce chi non riesce a riqualificarsi in tempo. Il vero impatto dell’IA non sarà sul numero dei posti, ma sulla natura stessa del lavoro.

 

LA CULTURA DEL PROFITTO A OGNI COSTO

Le aziende americane hanno tratto vantaggio dalla scarsità post-pandemica, ma a un prezzo umano altissimo. L’uomo moderno si è abituato a condizioni che un tempo avrebbe rifiutato: precarietà, disuguaglianza e accettazione di comportamenti aziendali discutibili. Il profitto è diventato la misura di ogni cosa, e molti azionisti spesso interni alle stesse imprese impongono obiettivi sempre più distanti dalla realtà sociale. A partire dagli anni ’60, con l’ascesa delle business school e dei consulenti aziendali, si è passati da una cultura del “fare bene un lavoro utile” a quella del “massimizzare il

 

profitto”. Negli anni ’70 e ’80 questo modello ha portato a licenziamenti di massa e alla scomparsa della classe media operativa. Manager come Jack Welch divennero simboli di un successo fondato sui tagli e sui rendimenti per gli azionisti, non sul valore umano. Il risultato è una cultura economica vuota, orientata solo al denaro, che ha eroso senso di missione, comunità e dignità del lavoro. Forse non serve un nuovo modello economico, ma un ritorno a uno antico: quello in cui un’impresa esisteva per offrire un servizio utile e valorizzare la propria gente. Oggi i prodotti sono peggiorati nella qualità, ridotti nella quantità, ma venduti a prezzi maggiori.

 

RALLENTAMENTO DEGLI UTILI AZIENDALI

I dati sull’occupazione segnalano un chiaro rallentamento dell’economia americana: la crescita dei posti di lavoro è in calo, e l’occupazione a tempo pieno motore dei consumi si riduce. La crescita complessiva si stabilizza sotto il 2%, insufficiente per mantenere gli utili aziendali record. Nonostante ciò, la Federal Reserve mantiene una politica monetaria eccessivamente restrittiva. L’inflazione non rappresenta più una minaccia immediata, ma il ritardo nei tagli dei tassi aumenta il rischio di recessione e riduce la futura capacità di intervento. La crescita dei ricavi sta rallentando, la domanda dei consumatori cala e i margini di profitto si comprimono. Nel secondo trimestre, la crescita degli utili dell’S&P 500 (+6,4%) è stata sostenuta solo da tecnologia e banche, mentre il resto del mercato mostra segni di debolezza.

 

STRATEGIE PER GLI INVESTITORI

Il rallentamento richiede un approccio più prudente:

- Ridurre l’esposizione ai settori ciclici (consumi discrezionali, viaggi, elettronica).

- Aumentare il peso nei settori difensivi (beni di prima necessità, sanità, utility).

- Privilegiare aziende con bilanci solidi e dividendi stabili.

- Incrementare la quota di obbligazioni di alta qualità.

- Evitare titoli speculativi vulnerabili ai costi di finanziamento elevati.

L’economia americana mostra segnali concreti di indebolimento, mentre la Fed appare lenta nel reagire. Se il rallentamento degli utili dovesse accentuarsi, le valutazioni elevate dei mercati azionari verrebbero inevitabilmente messe in discussione. Per gli investitori, la priorità oggi è spostarsi verso qualità, stabilità e difesa del capitale.


 

 
 
 

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